Il futuro del riformismo: costruire la sinistra plurale-intervento al convegno del 21.06.2013 di Marco Romagnoli

lunedì 1 luglio 2013 alle 10:15:55

Marco Romagnoli

Marco Romagnoli

Nel pensiero e nell’agire politico vi è, spesso, una sorta di continuità che, pur con le varianti dettate da un quadro in continuo movimento, impediscono di cogliere le fratture che si manifestano rispetto ad una realtà conosciuta e analizzata. Probabilmente è per questo che il profondo e articolato cambiamento verificatosi negli ultimi venti anni, a mio avviso, non è stato pienamente colto nella enormità della sua portata. Eppure tutti noi evochiamo la “globalizzazione” e l’innovazione come fattori di grande trasformazione, coscienti della vastità dei loro effetti. Al tempo stesso, magari mentre ne decliniamo i diversi aspetti, ma non riusciamo a trarne tutte le conseguenze, finendo per riproporre politiche e strumenti palesemente non adeguati al nuovo quadro che questi ci impongono.

Senza pretese di essere esaustivo, e con la contraddizione di una schematicità che cozza palesemente con la complessità di cause, connessioni ed effetti, nel mio intervento cercherò di elencare alcuni degli elementi fondamentali che dovrebbero essere assunti da un moderno riformismo ed a cui occorre dare soluzione.

L’economia è il terreno su cui sono più evidenti i cambiamenti. La finanza è ormai un settore senza più frontiere, con una quantità enorme di capitali che si spostano nel mondo in cerca di profitti sempre maggiori e con una velocità in passato inimmaginabile, grazie alle tecnologie informatiche. Da strumento di finanziamento dell’economia reale, la finanza si è resa totalmente autonoma dall’attività di produzione di beni e servizi, creando prodotti che non hanno più alcun collegamento con essa. Il profitto del capitale finanziario non dipende ormai dall’investire nello sviluppo e nel successo delle imprese produttrici, dalla loro solidità e capacità di reddito oppure nei titoli di stato emessi da nazioni in rapido sviluppo, né negli alti tassi pagati da quelle indebitate. Il mercato è orientato esclusivamente alla speculazione, che permette più grandi e rapidi guadagni, scommettendo magari sulle difficoltà che gli operatori economici potrebbero incontrare ed al ribasso delle loro quotazioni. Le aggressioni che si sono verificate negli ultimi anni al debito di stati sovrani, costretti a continui aumenti dei tassi per collocare i loro titoli, con conseguenze disastrose in termini di aumento del debito e, soprattutto, alla caduta di investimenti e occupazione, sono una dimostrazione di questo cambiamento nella natura del capitale finanziario.

La crisi dei “subprime” del 2008 ha reso evidente al mondo il livello raggiunto nella creazione di prodotti finanziari capaci di spostare enormi quantità di ricchezza senza alcun rapporto con la realtà economica sottostante ed i valori reali e, quindi, basati solo sulla creazione di nuovo debito, teoricamente a carico di coloro che si sarebbe trovati in possesso di questi titoli tossici al momento della loro necessaria conversione in valore reale. In realtà derivati e cartolarizzazioni trasferiscono i rischi al mercato. In tal modo questo gioco a moltiplicare valore nominale, nato all’interno del mondo finanziario, si è riversato sull’economia reale, distruggendo migliaia di miliardi di famiglie ed imprese, togliendo credito, deprimendo investimenti ed occupazione, facendo precipitare il mondo intero in una crisi senza precedenti ed avviando una depressione destinata a durare anni.   

Secondo stime di fonti attendibili il capitale finanziario ha raggiunto ormai valori maggiori di 70 volte  il PIL mondiale, di 20 volte quello della UE. Il valore degli scambi si è più che raddoppiato tra il 1995 ed il 2005. Una enorme massa di denaro che insegue ogni possibilità di profitto in ogni parte del mondo e pronta a far crollare aziende o stati pur di realizzare il massimo profitto in tempi brevi.

E’ un settore totalmente fuori del controllo di qualsiasi autorità, non regolato da alcuno strumento e senza possibilità di normarne il funzionamento. Anche gli USA, che sono stati il terreno di coltura di questo fenomeno e che hanno pagato migliaia di miliardi di dollari per contenerne i danni, non hanno saputo, o potuto, porvi dei limiti. E ciò nonostante la crisi prodotta a livello mondiale e la conseguente stagnazione e generale impoverimento. Secondo autorevoli fonti saranno necessari decenni per recuperare i livelli di occupazione, reddito e consumi del 2007. Sempre che tale recupero sia possibile o lo sia per tutti, perché non vale più la certezza di una ripresa dopo la caduta.

E’ evidente che si tratta di un problema di enorme complessità e difficoltà, dato il potere di condizionamento politico ed economico che la finanza può esercitare, ma se “l’economia di carta si mangia l’economia reale”, sviluppando una azione distruttrice che impoverisce intere nazioni a favore di pochi, non si può evitare di affrontare la situazione con la forza necessaria.

L’unico strumento disponibile, unito alla fine dei paradisi fiscali che danno rifugio ad ogni tipo di capitali che si intenda mettere al riparo dal controllo statale, è costituito da una “Tobin tax” adeguatamente rivisitata rispetto alla proposta inizialmente formulata negli anni settanta. Ma anche questo tipo di intervento sembra essere troppo per i governi europei e per i componenti del “G8” che, pur di fronte alla devastazione prodotta dalla speculazione finanziaria, dichiarano la loro impotenza ad assumere il problema di un controllo sui movimenti ed impiego di capitali, rinviando ogni decisione in merito. Questa è una dichiarazione di resa, non solo dei riformisti, ma di tutti coloro che hanno assunto il mercato come criterio di efficienza nella allocazione e distribuzione della ricchezza.

Parallelamente, e con un forte intreccio con la finanziarizzazione, si è profondamente modificata l’attività industriale e il settore dei servizi. L’industria si è delocalizzata, i grandi gruppi internazionali, e  non solo, hanno lasciato nei paesi più sviluppati solo poche attività e le funzioni di controllo. Grazie anche a questo trasferimento di capitali e know-how molti paesi hanno avviato un loro sviluppo, con gradi diversi di autonomia. L’Asia è divenuta il polo manifatturiero mondiale. Anche se viene stimato che il 60% delle esportazioni cinesi sia rappresentato da produzioni di multinazionali occidentali che hanno spostato in quel paese i loro stabilimenti. Il terreno della concorrenza si è quindi modificato, sfruttando i bassi costi salariali, sociali ed ambientali permessi dalle nuove localizzazioni. La riduzione dei prezzi ha reso più difficili le condizioni operative delle imprese nazionali, che cercano nuovi spazi competitivi nella riduzione delle garanzie ai lavoratori, nella precarizzazione, nell’impiego di manodopera immigrata, più disponibile a bassi salari. La qualità del lavoro è drasticamente peggiorata. Dall’altro lato i più bassi prezzi delle merci sono un vantaggio per i consumatori e molti stati europei con scarsa presenza industriale si ergono a paladini della libertà di mercato, opponendosi a ogni regolazione della concorrenza che tenga realmente conto della diversità del contesto in cui le imprese operano. In particolare della assoluta mancanza di tutele nei confronti dei lavoratori, della salute e dell’ ambiente, che caratterizza i paesi sottosviluppati e quelli in via di sviluppo. Si assiste così alla contraddizione per cui il progresso e le conquiste sociali realizzate in decenni di   lotte si ritorcono contro gli stessi lavoratori.

La divisione internazionale del lavoro e la produzione di valore si è modificata, senza creare nuovo sviluppo. Nei paesi di più antica industrializzazione si verifica una contrazione dell’insediamento manifatturiero, cui non è estranea l’opportunità di maggiori profitti offerta dalle attività finanziarie, mentre cresce la disponibilità di capitali, le attività di ricerca e l’innovazione, la creazione di nuovi beni e servizi, il commercio ed il credito. I paesi in via di sviluppo sono ormai i fornitori di lavoro, di materie prime, di ambiente su cui scaricare l’inquinamento.

In un mondo totalmente interdipendente non è tollerabile accettare una divisione di questo tipo, che scarica le contraddizioni sui più deboli, crea nuove disuguaglianze e non produce progresso durevole. In tutto questo sarebbe necessario un ruolo forte ed attivo dell’Europa, capace non solo di tutelare le conquiste sociali qui realizzate, ma di estenderle anche ai paesi che ne sono privi, creando nuovi equilibri negli assetti economici internazionali, con un principio di equità che favorisca le popolazioni e non le grandi concentrazioni industriali. Il concetto di reciprocità dovrebbe essere realmente affermato, imponendo alle merci importate lo stesso contenuto di garanzie sociali, ambientali e di qualità a cui sono giustamente obbligate le imprese europee.

Un’ altra importante trasformazione riguarda la struttura e la composizione sociale della popolazione, che andrebbe attentamente analizzata in relazione ai cambiamenti precedenti. Non si tratta solo della enorme novità rappresentata da oltre 5 milioni di immigrati, che da sola basterebbe ad imporre una seria riflessione sui rapporti economici e sociali che ad essa sono connessi. Ma va studiata la composizione del mondo del lavoro, il portato della diminuzione degli addetti all’industria, l’aumento di quelli dei servizi, la contrazione del lavoro dipendente e l’esplosione degli autonomi, di quelli veri e di quelli fittizi, l’aumento della disoccupazione, in particolare dei giovani, la cui soluzione non può essere rappresentata da sconti e premi alle imprese. Va sgombrato il campo da false rappresentazioni, come quella dei giovani che pagano i privilegi (tutele, pensione) dei vecchi. Già oggi assistiamo ad una intollerabile competizione tra poveri che riguarda i salari, i servizi, i pochi elementi di welfare universalistico, acuita dai tagli alla spesa pubblica e dalla riduzione dell’occupazione. Il rischio è che la tensione sociale sbocchi in veri e propri scontri sociali, come è già avvenuto nei ghetti di immigrati in Inghilterra e Francia. Una possibilità facile da concretizzarsi dato che la riduzione della spesa pubblica è solo all’inizio e la situazione dei bilanci è destinata ad aggravarsi. Se a questo si unisce l’assoluta mancanza di credibilità e di autorevolezza della politica si aggiunge un altro elemento di preoccupazione sui possibili sbocchi delle tensioni.

In un tempo non lontano ci si preoccupava di analizzare con attenzione l’assetto sociale. Basta ricordare gli studi di Sylos Labini. Oggi la sfida per i riformisti è di dimostrarsi all’altezza  dei loro predecessori.

Infine, ma non per ultima, la crisi fiscale. Anche questo non è un tema nuovo, già affrontato negli anni ’70 per gli effetti prodotti dall’aumentata domanda di servizi e qualità della vita e la scarsità di risorse da dedicarvi. Anche in questo caso però le forme sono del tutto nuove. 5 milioni di immigrati costituiscono un consistente aumento di popolazione che in tempi brevi chiede di accedere agli stessi servizi fino a ieri garantiti a tutti ed implicherebbe un repentino aumento della loro quantità. Un terreno di competizione e di scontro che si verifica quasi esclusivamente a livello dei Comuni. Mentre le entrate, che pure potrebbero avere una dimensione consistentemente maggiore, sono erose dal trasferimento dei profitti in altri paesi, dallo spostamento dei capitali nei paradisi fiscali, dalla irrisoria tassazione delle attività finanziarie, dalla  intoccabilità dei patrimoni, dalla crisi che riduce la base imponibile. Senza considerare i livelli raggiunti dalla elusione ed evasione fiscale che, solo in Italia, supera i 120 miliardi. Per cui la gran parte del carico del prelievo ricade sempre sulle stesse spalle: il lavoro dipendente e la casa, con una pressione ormai insostenibile. In altri tempi, in altri paesi la lotta all’evasione è divenuta una priorità assoluta, non solo per arginare l’emorragia fiscale, ma anche per il contenuto di uguaglianza e solidarietà che è assicurato da una tassazione progressiva e da servizi universalistici. Un altro tema su cui il riformismo mostra la sua inadeguatezza.

Gli elementi sin qui schematicamente richiamati vogliono sottolineare come si sia modificato l’ambito di azione di un moderno riformismo e di una battaglia per una maggiore equità. Non cambiano però i suoi contenuti. E’ indubbio che ancora oggi l’ambito è quello del modo in cui si distribuisce la ricchezza prodotta, dei limiti e dell’equilibrio tra i poteri, dei diritti.

Oggi è evidente la dimensione internazionale e la necessità di nuovi strumenti di regolazione. Non è più sufficiente il ruolo che può esercitare lo stato nazionale, né la forza che esso può opporre. Occorrono altre autorità ed altri poteri. E qui torna in gioco il ruolo dell’Europa, estremamente blando per la sua debolezza politica. Ma è una sfida che occorre  affrontare con urgenza perché deve essere rotto quell’avvitamento che si è verificato tra l’eccesso di concentrazione nel potere economico, cui corrisponde una crisi di rappresentanza politica e sociale, la quale a sua volta rafforza il potere economico.

Io credo che la soluzione passi necessariamente da una cessione di sovranità dello stato nazionale, sia verso l’alto: l’UE, organismi internazionali di controllo; sia verso il basso: le istituzioni locali più vicine ai cittadini, con cui ristabilire un rapporto di fiducia e di assunzione di responsabilità.

Se si considera la debolezza delle istituzioni e dell’apparato della pubblica amministrazione in Italia, qui più che altrove si pone l’esigenza di un soggetto politico che si faccia carico di trovare le soluzioni alle novità che si sono realizzate. Un partito di nuova concezione, con una proiezione internazionale e un forte coordinamento con partiti dello stesso orientamento, autorevole per il ruolo che dovrebbe svolgere. Una presenza puntuale e articolata sul territorio, organizzata e rappresentativa della realtà sociale. Capace di recepire e orientare problemi e bisogni, di selezionare gli obiettivi e guidare sulle contraddizioni principali. Un soggetto di questa natura si legittima per il ruolo che è in grado di svolgere nella definizione della società che intende contribuire a costruire, nella elaborazione delle strategie per raggiungere tale scopo, nella capacità di organizzare le conoscenze necessarie, nelle potenzialità di mobilitazione politica e culturale, nell’efficace azione di governo.

Un soggetto con queste ambizioni deve poter contare su un vasto fronte sociale, che muova in primo luogo dal mondo della produzione, del lavoro, dagli strati sociali più svantaggiati, ma sia credibile anche nei ceti culturalmente aperti al cambiamento   e interessati ad una società equa e solidale, prodiga di opportunità per chi voglia cimentarsi forte delle proprie capacità.

Categorie: Interventi


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