PD: riforma del partito e nuove regole?

domenica 28 aprile 2013 alle 16:13:48

di Filippo Torrigiani.

Filippo Torrigiani

Filippo Torrigiani

Nonostante i ripetuti segnali d’incertezza che provenivano da più parti, mai avremmo immaginato di trovarci in questo vortice politico di dantesca profondità.

Non è di circostanza ricordare gli innumerevoli errori che, nel corso di quest’ultimo anno, siamo stati in grado di sommare. All’indomani della caduta del governo Berlusconi, per una serie di circostanze – su tutte la spietatezza della paura- non abbiamo colto l’attimo che ci avrebbe visti, quasi sicuramente, maggioranza e forza di governo del paese. Ed anche i cattivi consigli, sono convinto, non ci hanno aiutato a fare la “scelta” delle scelte: chiedere con fermezza le elezioni politiche. In nome di un non ben definito bene comune, ci siamo sommamente allineati alle altrui volontà (che almeno per una parte condividevamo!). In molte occasioni, forse troppe, ci siamo limitati a ratificare decisioni e scelte politiche diametralmente opposte ai valori che da sempre sono propri della nostra identità.
Abbiamo attraversato questa stagione, a fianco del rivale di sempre. Ed anche questo, la nostra base, i nostri elettori, forse non ci hanno perdonato.

Credevamo che attraverso la pratica delle primarie, la gente comune, che nel Partito democratico ha spesso riposto la propria speranza, ci seguisse.
Ma, come noto, è andata diversamente. Eppure, nonostante gli screzi che talvolta si sono svelati, si è anche consumata una bella manifestazione di democrazia. Quantomeno per un tempo circoscritto, non si è respirata l’aria pesante che oggi soffoca l’azione politica del Pd: chi aveva vinto e chi aveva perso, lavorava insieme per la medesima causa.

Meno convincente, e soprattutto meno incisiva si è rivelata la campagna elettorale. Probabilmente anche perché, venti anni di “berlusconismo” hanno, in verità, mutato il modo di pensare di molti. Per avere consenso, non è più sufficiente essere persone perbene e con le idee chiare nel merito di cosa si intende fare. Oggi, se non sei di quelli che bucano lo schermo, non fai presa e arrivi da poche parti. E tuttavia, a dirla tutta, non è che si sia respirata una vera e propria aria da campagna elettorale. Ci siamo limitati a fare molta televisione e altrettanto lavoro informatico-epistolare. Nei territori, salvo alcune eccezioni, non abbiamo davvero brillato in iniziativa.

E poi il risultato delle elezioni. Uno scenario apocalittico, per certi versi. Non abbiamo evidentemente vinto, limitandoci a non perdere il che, forse, si è rivelato anche peggio. Pierluigi Bersani, che quantomeno in merito alle cose da non fare aveva le idee chiare, non è stato tuttavia in grado di dare una prospettiva di governo al Paese. Si è dimesso, credo dopo averle provate tutte (sbagliandone anche molte) con grande dignità. Il suo congedo ha sostanzialmente sancito la fase più bassa della politica che il Pd, dalla sua nascita, sia stato in grado di produrre. A tratti, almeno per noi osservatori interessati, è parso di assistere ad una vera e propria guerra per bande, tipiche dei film americani. Dopo aver per certi versi umiliato figure di alto profilo istituzionale e sicuramente dato prova internazionale di quanto misera sia la politica italiana, è stato necessario chiedere, al Presidente Napolitano, di serrare i ranghi. Il Presidente, non si è sottratto a questo peso che, la politica, gli ha nuovamente conferito. Nonostante l’età avanzata, durante il discorso d’insediamento, ha usato parole dure nei confronti dei parlamentari: li ha sgridati, biasimati e ammoniti mentre loro, mestamente, applaudivano al suo intervento.

Adesso siamo nella fase successiva. Al Pd è stato conferito l’incarico di dar vita al governo. Al governo dell’interesse nazionale, quello che viene definito a grandi linee di “larghe intese”. Verrebbe dunque da chiedere quali siano queste intese, giacché siamo chiamati a dare una guida al Paese assieme agli avversari di sempre.

L’alleanza di centro sinistra, con la quale ci eravamo presentati agli elettori, non c’è più. E insieme ad essa sono probabilmente naufragate le idee ed i programmi progressisti e riformisti che avevamo elaborato per il bene comune. Oggi la situazione è ben diversa.

Con ogni evidenza, il nuovo esecutivo “multicolore”, dovrà darsi alcune priorità che, certamente, non saranno le stesse che auspicavamo. Con il centro destra forza di governo, non si potranno assumere provvedimenti in merito alle questioni della riforma giudiziaria, né tantomeno in materia di conflitto d’interessi. Probabilmente, condizionale d’obbligo, sarà scritta una nuova Legge elettorale. Ai provvedimenti finanziari ed economici che urgono di essere attuati, sarà tuttavia necessario affiancare politiche di tutela delle famiglie e di crescita. Tutto ciò in un momento in cui, la politica monetaria europea, ci marca stretti. Al contempo, non percepiamo in coloro che si ergono a paladini del cambiamento, nessuna proposta concreta per lo sviluppo del Paese, anzi. E subdolamente s’incrementano le diseguaglianze, le differenze e la distanza che esiste tra i bisogni reali del tessuto economico e sociale e ciò che realmente la classe dirigente propone e rappresenta.

Frattanto, all’interno del Pd, le acque non si sono calmate. Insistono e si acuiscono le divisioni. Alcuni di noi si chiedono se mai riusciremo a vincere davvero una tornata elettorale e a governare, con le nostre forze, per un’intera Legislatura. La base è delusa, arrabbiata e per certi versi attonita. Ciò che per storia, appartenenza e credo politico non avremo mai voluto, si sta inevitabilmente concretizzando: governare insieme al PdL. Si poteva fare diversamente? Forse sì. Ma adesso è tardi. E la responsabilità di ciò, è ascrivibile a molti.

Il fattore a cui in questa fase ci possiamo appellare, sta nel mutamento d’idee e soprattutto di maniere che dobbiamo pretendere all’interno del Partito. Occorre un cambio inderogabile di rotta in questa direzione. E si tratta di un percorso da affrontare il prima possibile. Non si attribuisca alla responsabilità di rappresentanza e di guida del governo, la posticipazione di una vera e chiara discussione in merito alla riforma del partito e delle sue regole. Sarebbe davvero un delirio.

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