Progressismo politico e progressisti.

giovedì 21 febbraio 2013 alle 17:09:45

di Vito Francesco Gironda.*

 Accanto al moderatismo e al riformismo, il terzo sostantivo dell’agenda politica di questa campagna elettorale è quello di progressista. Abbiamo visto che il moderatismo si configura storicamente come un metodo d’azione politica, mentre per quanto concerne il riformismo il sostantivo dovrebbe essere usato al plurale e declinare lo specifico apporto politico nei termini di culture dei riformismi. Nel caso dei progressisti, o meglio, dell’area progressista, bisogna fare una preliminare puntualizzazione di metodo. A seguire, il termine di “progressismo politico” verrà usato non per illustrare l’ideologia del progresso, ma per definire una categoria di analisi storica.

Il progressismo politico è un classico concetto dell’orizzonte di aspettativa (Erwartungshorizont). Nella modernità, o meglio nelle modernità multiple, le aspettative per il futuro diventano fondamentali, perché i cittadini si aspettano un cambiamento ed una modificazione delle esperienze precedenti (Koselleck).  In questo senso, il progressismo politico si caratterizza per una natura riflessiva: riflette cioè lo stato di cose in una specifica fase della modernità e dei valori costituenti di una società. Ma ha anche una connotazione di tipo processuale.  Questa puntualizzazione consente la ricognizione del suo spazio semantico identificativo, che va oltre le distinzioni tra le diverse famiglie politiche progressiste.

Un primo elemento costitutivo del progressismo politico è il richiamo all’etica e alla morale, il cui peso di esposizione in programmi politici dipende in larga misura, ovviamente, dalle tradizioni nazionali. E’ noto che il progressismo politico americano a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento raccoglie diversi movimenti riformisti, che trovano un comune spazio politico condiviso nella denuncia della perdita delle classiche libertà americane, a causa dell’azione negativa sulla politica di interessi particolari, che finivano, secondo i progressisti, per ridurre drasticamente l’autonomia del singolo. Questa denuncia era condita da un fortissimo richiamo al puritanesimo, o meglio i progressisti americani tendevano a tradurre questioni politiche ed economiche in termini morali. Se rileggessimo con attenzione i progressisti storici di casa nostra e, nel caso specifico, l’idea di socialismo liberale di Carlo Rosselli, ci accorgeremmo che l’enfasi riformista sull’uguaglianza delle opportunità mira a realizzare un equilibrio tra giustizia sociale e libertà individuale, ovvero a favorire l’espressione di specifici valori etici della società. A dire il vero, anche il dibattito tra i progressisti italiani attorno alla “terza via” di giddensiana memoria rincorre l’idea secondo la quale il riformismo scaturisce dalla società civile, che s’innalza a strumento per il cambiamento: la società civile si configura come un soggetto morale per la buona politica, in quanto espressione dell’interesse soggettivo per il bene comune, il cui orientamento deve premiare solo finalità ideali e non prettamente economiche. Un secondo elemento distintivo della galassia progressista è l’aspirazione a creare un’uguaglianza materiale e non solo formale. Infine, la terza caratteristica è un’inclinazione al dialogo, specie laddove il progressismo politico è costretto a negoziare posizioni politico-istituzionali che toccano la sfera religiosa.

Questi tre elementi idealtipici trovano espressione nel dibattito odierno tra i progressisti, le cui posizioni politiche si possono riassumere in due capisaldi. Da una parte, il catalogo universalmente vincolante della grammatica dei diritti. Dall’altra parte, la ricerca continua di una risposta adeguata alle conseguenze politicamente rilevanti dell’accettazione del pluralismo, ovvero il modo di porsi nei confronti di una molteplicità di dottrine comprensive,siano esse religiose, morali o economiche, spesso in conflitto tra loro. In altre parole, il progressismo politico misura il suo stato di salute, la sua ragione pubblica effettiva sulla base dei valori politici e morali che devono dare forma al rapporto tra potere politico e cittadini. Basterebbe prendere in considerazione gli esempi sulla cittadinanza, sul welfare o sulla laicità, per capire che non si tratta di un processo unidirezionale. Al contrario, nelle risposte dei progressisti si riscontra una tensione programmatica. Proviamo a fare qualche esempio concreto.

L’Italia è ormai un paese d’immigrazione. Tra il 2000 e il 2009 la percentuale d’immigrati è passata dal 2,2% al 6,5%, in valori assoluti da 2 a 4,3 milioni. Rispetto a questa nuova situazione, la posizione dei progressisti è molto chiara: è necessaria una riforma dell’istituto giuridico della cittadinanza, che vada nella direzione del superamento del tradizionale modello organicistico di cittadinanza in favore di uno più aperto ed integrazionista. La concessione del diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati è pensata come strumento per attivare un’integrazione e non come concessione premiale per una raggiunta “assimilazione” di tipo culturale. Per questa ragione l’opzione di una cittadinanza più inclusiva si configura non solo come risposta di un nuovo sistema di legal regulation ai mutamenti demografici e sociali in corso, quanto piuttosto come una scelta di campo sul terreno dell’autocomprensione democratica del paese stesso; una visione politica, questa dei progressisti, che sembra imboccare la strada verso una democrazia costituzionale multiculturale.

Se il welfare si è presentato storicamente nei panni dell’erogatore di prestazioni addizionali rispetto a quelle offerte dal mercato, come ridisegnare la mappa delle politiche sociali in grado di far fronte all’emergenza delle crescenti disuguaglianze? Su questo terreno la risposta più diffusa è quella di una nuova rimodulazione difensiva dei diritti sociali conquistati: in un certo senso, si tratta di un progressismo di conservazione dei pilastri fondanti lo Stato sociale. Andare in questa direzione non vuol dire proporre le ricette di un modello di società salariata, quanto, piuttosto, ripensare l’agenda delle disuguaglianze a partire dalle cause, ridefinendo la disuguaglianza in base ad una molteplicità di variabili e non soltanto attorno allo zoccolo duro della ricchezza monetaria posseduta, cioè al reddito. A me sembra che, anche se in modo indiretto, si discuta della disuguaglianza come mancanza di capability (capacit-azione) di base, di cui parla Amartya Sen. I progressisti sembrano, dunque, ripensare le cause che negano il raggiungimento di un certo livello minimo di sussistenza, così come esprimono programmaticamente nuove strategie di accesso alle risorse e alla possibilità di disporre dei beni necessari.

Infine, il tema della laicità è paradigmatico delle tensioni programmatiche e dell’inclinazione dialogica, cui prima facevo riferimento. I dibattiti attorno al cosiddetto bipolarismo etico, attorno ad un asse, secondo la Chiesa, di principi “non negoziabili” come criteri di orientamento delle scelte politiche dei credenti, ha riportato prepotentemente nel circuito della discussione politica il tema della laicità. Su questo terreno le posizioni nel fronte progressista si differenziano tra chi tende a riaffermare il primato della laicità negativa e chi assume una posizione dialogicamente aperta, ricorrendo ad un’idea di laicità positiva. I primi insistono sul principio inderogabile della non ingerenza e della neutralità dello Stato, sia come neutralità non-identificativa con alcuna confessione, sia come neutralità attiva, ossia come garanzia di libero esercizio e manifestazione delle proprie convinzioni religiose. Secondo questa vulgata, la laicità, quale netta separazione tra la sfera pubblica della politica e la sfera privata della fede, dovrebbe essere vista principalmente come una dimensione irrinunciabile della libertà.

I secondi, per contro, pur riaffermando l’autonomia dello Stato, accolgono la religione come “dialogante tra i dialoganti” e per questa via ribadiscono una dimensione pubblica della fede. Cosa, poi, questo significhi nella concreta prassi politica in virtù di una mai sopita teologia politica della Chiesa cattolica, non può essere, al momento, oggetto di queste riflessioni.

In conclusione, il concetto di progressismo politico, e i progressisti in quanto tali, altro non sono che i termini per esprimere idee sociali generali, basate su una concezione razionale ed etica dell’agire politico. Forse è proprio questa la ragione per cui, alla fine, quello che prevale è un collettivo singolare: mi sentirei di dire che, più dei progressisti, c’è il progressismo quale orizzonte di aspettativa.

 

 

*Vito Francesco Gironda insegna storia della società moderna presso l’Università di Bielefeld (Germania) e appartiene alla coorte degli under 40.

 

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