Culture dei riformismi.

mercoledì 20 febbraio 2013 alle 10:29:57

di Vito Francesco Gironda*

Discutendo della crisi nella democrazia nostrana il classico refrain suona più o meno cosi: malgoverno, partiti pigliatutto, baracconi corporativi, monopoli in genere. Come uscire da questa situazione? La risposta paventata dalla politica è la seguente: bisogna modificare l’ordinamento politico-sociale del paese Italia attraverso riforme organiche ma profonde. Ecco allora riapparire il riformismo come soluzione universale, il riformismo “imposto” dallo stato delle cose. Ora, pur volendo accettare un siffatto generico approccio di progettualità, bisognerebbe riflettere oltre questa retorica appellativa e chiedersi cosa sia il riformismo e, soprattutto, quali ne siano gli odierni principi e criteri.

Il riformismo non è nuovo alla storia politica del nostro paese. Anzi, esso è passato dall’esperienza locale del riformismo municipale d’impronta socialista, cattolica e repubblicana, a cavallo tra XIX e XX secolo, alla “illusione riformista” (Silvio Lanaro) di collaborazione tra democristiani e socialisti tra il 1962 e il 1972, tanto per considerare una periodizzazione lunga.  Il riformismo italico ha percorso strade locali di city governments sulla base di politiche pubbliche sociali dal forte impatto simbolico, che sono state elaborate come una sorta di contro-economia rispetto alle regole del mercato liberale tardo ottocentesco. Nonostante le visioni divergenti tra il socialismo municipale e il municipalismo sociale cattolico, tra il collettivismo proclamato a gran voce dai primi e la natura corporativa dell’ente comunale difesa dai secondi, il momento politico riformista si esplicitava nel riconoscimento del governo economico municipale tra tutti gli interessati alle municipalizzazioni.

Tortuosa è stata la strada del riformismo a livello nazionale. Conosciamo bene le cause del fallimento del primo centrosinistra storico, tra il 1962 e il 1965, le resistenze endogene ed esogene a questa sorta di “accordo costituente” per le riforme di struttura, anche se in gran parte sostenute da una sistematica azione sindacale.  Abbiamo visto calare il buio sull’esperienza dell’Ulivo, su un agglomerato elettorale popolato da molte anime poco riformistiche. Tutto questo per dire che forse, come è stato sottolineato da più parti, quando ci si avvicina all’oggetto del riformismo italiano, dovremmo solo parlare di una storia di minoranze, che partoriscono nella e dalla genesi del sistema politico, ma la cui forza di intervento a maglie larghe è stata sempre scarsamente decisiva.

Oggi quale riformismo si trova nel mercato elettorale di massa? Direi che, più che parlare di un riformismo unico, dovremmo discutere sulle culture dei riformismi; dovremmo discutere su specificità plurali che, in alcuni casi, sembrano proporre un’inversione di significato del concetto classico di riformismo così come è stato politicamente attuato a partire dalla prima metà del XIX secolo. Infatti, se usciamo dal discorso “intellettuale” nazionale e guardiamo gli esperimenti riformistici democratici, laburisti e socialdemocratici nell’America degli anni Trenta, nell’Inghilterra del secondo dopoguerra e, a seguire, quelli dell’area scandinava, vedremo che il presupposto comune di un’architettura politica riformistica è stato il tentativo di controllare, o quanto meno orientare, il potere economico. In altre parole, si ci affidava all’interventismo statale, e non al mercato, per correggere le disfunzioni del capitalismo liberale. Certo, esistono molte differenze. L’impatto del New Deal rooseveltiano nei processi di costruzione di una moderna cittadinanza sociale a base nazionale fu limitato. Il riformismo democratico americano puntò principalmente a mantenere inalterata la centralità del sistema capitalistico liberale, accrescendo l’intervento regolatore dello Stato anche nel promuovere l’imprenditorialità stessa. Al contrario, nell’esperienza britannica del Welfare State d’impronta beveridgeiana, i diritti sociali non solo sono entrati nello status della cittadinanza dalla porta d’ingresso principale, ma questo processo non è stato misurato sul valore di mercato del soggetto (T. H. Marshall). Infine, nelle esperienze più mature, specie in quelle scandinave, accanto agli strumenti keynesiani, sono state costruite reti di protezione ampie per controbilanciare la persistenza di diseguaglianze sociali. Come dire, il riformismo classico è stato principalmente un metodo pragmatico, basato su una sequenza di obiettivi volti a regolamentare la mano “invisibile” dei mercati, ma non è stato il voler costruire un modello di società nuova.

Ora, il riformismo in discussione in questa campagna elettorale sembra avere una natura diversa. Da una parte, funziona come risorsa politica per “coagulare” strategie e posizionamenti secondo una schema ben definito: per uscire dalla crisi strutturale di lungo periodo ed affrontare competitivamente le sfide del mondo globalizzato è necessario un progetto riformista forte e, soprattutto, dei riformisti convinti.

Dall’altra parte, nel momento in cui si vanno a individuare gli assi portanti della proposta riformista, emerge a chiare lettere una cultura delle differenze. In questo caso, non si tratta solo della differenza tra riformisti di destra, liberali e di sinistra, quanto, piuttosto, di una linea di demarcazione culturale tra il primato del momento economico, da una parte, e l’insindacabilità della grammatica dei diritti dall’altra. Per questa ragione bisognerebbe usare il concetto di riformismo di sinistra con il contagocce e parlare, viceversa, di progressisti, perché costoro inquadrano le riforme dentro il principio dell’uguaglianza delle opportunità.

Questa differenza è stata colta molto bene da Maurizio Franzini con il concetto di “pro- growth insecurity”.  L’idea di “pro-growth insecurity” della proposta riformista si articola sostanzialmente lungo tre variabili. In primo luogo, la convinzione culturale fondamentale, secondo la quale il benessere di una moderna società dipende in modo esclusivo dalla crescita economica. In secondo luogo, il presupposto culturale in base al quale, per sostenere la crescita economica, occorre accettare margini elevati di insicurezza nel mercato del lavoro e nei sistemi di protezione sociale. Infine, il meccanismo attraverso il quale si dovrebbe assicurare la crescita si basa sulla concessione di una fiducia elevata ai ceti produttivi e alle loro strategie di orientamento al mercato: “Agli imprenditori (…) si lasciano le mani più libere per consentire loro di adottare le strategie produttive ed organizzative più idonee al contesto internazionale, (….) ai lavoratori si richiede di rischiare di più, e sotto diversi profili. In questo consiste l’insicurezza nel mercato del lavoro.” (Maurizio Franzini). In conclusione, mi sembra che in questa campagna elettorale il carattere appellativo del riformismo vada organizzandosi su queste variabili di differenze culturali.

 

*Vito Francesco Gironda insegna storia della società moderna presso l’Università di Bielefeld (Germania) e appartiene alla coorte degli under 40.

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Comments
Antonio Cecere 20 febbraio 2013

Concordo spesso con le analisi del prof.Gironda, in modo particolare vorrei sottolineare che la malattia del riformismo italiano é riscontrabile proprio nell’osservazione che viene esposta in questo articolo: ” il riformismo imposto dallo stato delle cose”. Sono persuaso infatti che in Italia manchi una cultura condivisa del riformismo. Anche in questa tornata elettorale si rischia di correre dietro al riformismo costretti dallo stato delle cose. Non so se questo riformismo sia in realtà una maschera di populisti in cerca di un vestito buono per presentarsi alla corte della politica.

Salvatore Totino 20 febbraio 2013

Grazie Vito Francesco Gironda. Sempre interessante leggere i tuoi colti articoli sulla politica. Complimenti. .

Antonio Cecere 20 febbraio 2013

Condivido spesso le analisi del prof. Gironda e in questo articolo trovo sopratutto molto efficace la sottolineatura circa “il riformismo “imposto” dallo stato delle cose”. La mia perplessità, circa l’esistenza di un riformismo condiviso nella cultura politica del nostro Paese, viene confermata dall’immagine che Gironda ci consegna dei riformismi anglosassoni e del nord Europa. Propio durante questa campagna elettorale mi pare di percepire l’avanzata di nuovi populismi. Questi leaders si avvantaggiano della stanchezza e della disaffezione dei cittadini per tutto ciò che è politica organizzata e si permettono anche di promettere profonde riforme durante la prossima legislatura. Ma queste riforme, appunto come detto dal prof.Gironda, se dettate dallo “stato delle cose” non potranno essere lette nel solco della tradizione riformista.

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