Moderatismo italico

venerdì 8 febbraio 2013 alle 15:53:44

di Vito Francesco Gironda.*

Vito Francesco Gironda

Vito Francesco Gironda

Una caratteristica della campagna elettorale italiana è la contrapposizione tra moderati, riformisti e progressisti. Messa in soffitta la classificazione assiale destra/sinistra, la classe politica e una parte dell’opinione pubblica sembrano trovare in questi sostantivi più consone arene di identificazione. Eppure è lecito chiedersi cosa essi vogliano dire concretamente, a quali tradizioni si rifanno e, soprattutto, qual è il loro significato politico in una prospettiva storica di lungo periodo. Il presente intervento sul moderatismo e i moderati è la prima di tre riflessioni con cui cercherò di rispondere a queste domande e il cui focus sarà sul lato del rapporto Stato-società.

È noto che il moderatismo italiano appartiene alle diverse famiglie del liberalismo ottocentesco. La storiografia risorgimentale nostrana si è soffermata a lungo sulle specificità dell’impostazione moderata in relazione alla questione nazionale durante i tempi lunghi delle Monarchie amministrative degli Stati territoriali (1815-1848), così come sui limiti dell’azione politica.
L’unione federale dei singoli Stati territoriali, le riforme municipalistiche delle strutture politiche ed istituzionali delle singole Monarchie amministrative in accordo con i sovrani legittimi, l’istanza indipendentistica, un’idea intermedia di sovranità tesa ad evitare spallate rivoluzionarie da un lato e rigurgiti assolutistici dall’altro, rappresentano, forse, la cifra prettamente politica del moderatismo liberale pre-unitario.

È pur vero, però, che rispetto alle esperienze del liberalismo europeo, il moderatismo italiano mantiene delle connotazioni premoderne risultate dalla persistenza di una visione della società e della politica per lunghi tratti ancora da Ancien Régime. Come ha sostenuto qualche anno fa Raffaele Romanelli, il liberalismo italiano pre-unitario sembra essere poco nazionalista quando pensa alla “comunità immaginata” della nazione italiana e, soprattutto, poco liberale quando si trova a declinare concretamente gli assetti istituzionali e normativi. Il moderatismo fu poco propenso ad abbracciare i principi individualistici del liberalismo continentale e, per contro, almeno fino al 1848 riprodusse politicamente la cultura diffusa della propria base sociale, ovvero la sua autoreferenzialità locale incarnata dalla parole d’ordine delle costituzioni per municipi nel quadro di una visione politica di tipo cetuale-corporativo.

Ora, ai fini della nostra riflessione, è importante sottolineare un altro aspetto:  l’affermarsi nella tornata risorgimentale di una concezione della politica volta a depotenziare i processi di politicizzazione in atto, che rifiuta l’ambito sociale come ambito di confronto politico e aspira ad una “equilibrata” evoluzione sociale. Si tratta di un sostrato culturale e di un habitus mentale che successivamente, pur nelle singole differenze, sarà comune ai molti “moderatismi” italici otto e novecenteschi, da destra a sinistra. A partire dal primo Ottocento il moderatismo si configura come concetto relazionale e posizionale, ambivalente ed ambiguo sul piano dei contenuti, ma ricco nella forma.

Il moderatismo diventa uno schema d’azione, un metodo dell’agire politico concepito come antitesi rispetto a quei fenomeni che, nella contingenza del momento storico, sono stati percepiti come estremi e radicali. Basterebbe rileggere con attenzione le parole che nel 1866 un moderato d’eccellenza come Fedele Lampertico (1833-1906) scriveva alla madre per capire il senso di questo habitus mentale:

Ti chiederanno in qual posto io sieda alla Camera. I posti vecchi […] erano già belli e occupati; i nuovi son disposti a destra o a sinistra, mi manca quindi il posto che meglio conveniva: il centro, cioè un posto in cui attendere […] quando si ricompongano i partiti […]. Limitata così la scelta, scema assai anche l’importanza del posto; ad ogni modo io con Alessandro Rossi abbiamo preso quei posti nuovi, che sono gli ultimi della destra accennando così alla sinistra. Se vuoi, ciò significa che non si combatte il ministero a patto che essi inizii le riforme necessarie; sarebbe un centro-destro. Come ti ripeto del resto, nell’attuale incertezza del modo in cui si ricostruiranno i partiti, il significato del posto è poco.

Nella seconda metà del XIX secolo, a seguito dell’implementazione di istituzioni politiche, economiche ed amministrative moderne (Parlamento, burocrazie, enti locali, il mercato nazionale etc.), moderati e moderatismi divengono espressione del passaggio dalla politica come decisione alla politica come mediazione, il che non era più  un dominio esclusivo del liberalismo.  La figura che meglio riassume questo processo è quella del notabile. I notabili assumono un ruolo fondamentale di cerniera tra Stato e cittadini, fungono da canale di mediazione degli interessi ed esigenze delle variegate società locali. Il notabile diventa il fideiussore di qualche domanda negoziale verso il centro, svuotando così il presupposto di appartenenza ideale ed etica ad una specifica formazione politica.

Da qui, capirete bene, il passo verso le consorterie moderate, verso le pratiche politiche clientelari-particolaristiche ed il trasformismo come “normale” tecnica di mediazione e compromesso sarà molto breve. Si tratta di uno sviluppo che nelle sue specificità idealtipiche non va relegato esclusivamente al XIX secolo, anzi!!! Non è casuale se il vocabolario fascista punterà su una mitologia del potere unitario (partito, duce, nazione, fede) come archetipo sostitutivo al moderatismo della rappresentanza parlamentare liberale affetta, come si diceva negli anni venti, da una sindrome di “miseria politica” e da “interessi speculativi”.

Naturalmente, la questione del ventennio fascista non può esplicitarsi nell’applicazione di questo schema retorico. In un regime di deparlamentarizzazione della politica con un forte “misticismo di partito” le potenzialità del moderatismo come metodo d’azione politica non sfugge neanche al fascismo, specie nelle sedi istituzionali di mediazione del consenso con la Monarchia e la Chiesa cattolica. Difficile pensare ad una fascistizzazione dello Stato o, quanto meno, ad una statalizzazione del fascismo senza negoziazione e mediazione.

Una volta ritornata la parlamentarizzazione della politica, il moderatismo non perde quelle connotazioni tardo ottocentesche, anzi le rimodella entro le nuove dinamiche democratiche. Se da una parte il moderatismo diventa sinonimo di centrismo democristiano, sia nella variante di chiusura degasperiana (opposizione ai cosiddetti radicalismi delle sinistre ed esclusione programmatiche delle destre monarchiche e neofasciste), sia in quello più elastico a partire dalla metà degli anni cinquanta, permane incontrastata l’idea di mediazione come articolazione dell’agire politico. Gli effetti sul sistema della democrazia saranno multipli. Alle prassi clientelari e particolaristiche del nuovo notabilato democratico di raccordo al centro di interessi localistici si accosteranno in positivo gli atteggiamenti di quelle diffuse culture dell’antifascismo moderato, anche di matrice democristiana, tese a fortificare la democrazia nei confronti di tendenze antisistema. La novità è data, però, dalla ripresa di vigore di una tradizione di clero-moderatismo, nata in età giolittiana dall’incontro tra cattolici e liberali per arginare l’ascesa del movimento socialista e che, a partire dagli anni cinquanta, diventa una risorsa spendibile nello scontro politico elettorale con attori politici di volta in volta “immaginati“ come estremisti e radicali. Anzi, il ruolo della religione è tra i pochi puntelli teorici di lunga durata del moderatismo, perché essa tradizionalmente è considerata nella sua valenza di valore universale in grado di valorizzare, come ha ricordato qualche tempo fa Fulvio Cammarano, un’idea evolutiva di progresso, reprimendone gli eccessi per far crescere le virtù civiche.

Proprio in ragione di questa pluridimensionalità storica del fenomeno del moderatismo, bisognerebbe guardare a questo soggetto politico esclusivamente come metodo dell’agire politico, capace di ritrovarsi in tutto lo spettro della politica, la cui primaria caratterista di contenuto è l’assenza di una agenda politica ideale e universalmente vincolante. Infine, quale e cosa sia la linea mediana, il centro ideale e moderatore da difendere, è sempre il risultato della costruzione di un virtuosismo discorsivo.

 

*Vito Francesco Gironda insegna storia della società moderna presso l’Università di Bielefeld (Germania) e appartiene alla coorte degli under 40.

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Comments
Salvatore Totino 8 febbraio 2013

Vito, grazie per i chiarimenti. Complimenti.

Luciano Trincia 8 febbraio 2013

Poni al centro, giustamente, la questione della rappresentanza del voto moderato, questione centrale dell’attuale sistema politico italiano. E fai bene a identificare nel “passaggio dalla politica come decisione alla politica come mediazione” il tratto distintivo del moderatismo italico. Chi è oggi l’erede di questa tradizione? Monti? Per molti versi nella sua “ascesa” molti hanno intravisto quella che Carpinelli ha definito “una risorgenza della Democrazia cristiana in miniatura e con una forte impronta tecnocratica e altoborghese”. Le urne riveleranno la consistenza di questo soggetto politico e la sua capacità di distinguersi da quella che tu illustri bene come quella “tradizione di clero-moderatismo, nata in età giolittiana dall’incontro tra cattolici e liberali per arginare l’ascesa del movimento socialista e che, a partire dagli anni cinquanta, diventa una risorsa spendibile nello scontro politico elettorale con attori politici di volta in volta “immaginati“ come estremisti e radicali”.

Antonello Goi 13 febbraio 2013

Giungo a questo mio commento sullo scritto del Professore Gironda, articolandolo attraverso un post del Prof Ercolani su facebook.
Mi pare che l’articolo riguardi il voto moderato ‘inquadrato’ in una particolare prospettiva ‘caratteristica della campagna elettorale italiana è la contrapposizione tra moderati, riformisti e progressisti’.
L’orientamento politico ‘tra moderati, riformisti e progressisti’ è una proiezione virtuale, un orientamento modello che deve poi trovare un riscontro nell’elettore empirico, quello che infila una scheda nell’urna, che può dunque essere, a sua volta, in una prospettiva politica moderata riformista o progressista. Il suo voto trasforma il modello politico in una realtà. La somma di queste realtà determinerà la formazione del governo.
Il mio voto, nelle urne. Come deve essere considerato?
Mettiamola, all’inizio, ‘sul ridere’ con una barzelletta tipica dell?umorismo yiddish.
“Conoscete l’evoluzione del pensiero ebraico? Nacque un giorno un Ebreo di nome Mose’ e disse che tutto si trovava nella testa. Poi, nacque un altro ebreo, Gesu’ e disse che tutto si trovava nel cuore. Poi, nacque un altro ebreo, Marx e disse che tutto si trovava nella pancia. Poi, nacque un altro ebreo, Freud e disse che tutto si trovava negli organi genitali. E infine nacque un altro ebreo, Einstein e disse: “E’ tutto relativo”.”
Quando ho votato la prima volta, ero all’Università Statale di Milano. 2° anno Filosofia. Ho votato Valpreda, il mostro sbattuto in prima pagina, nella speranza di ‘tirarlo fuori’. Così Valpreda rimase ‘dentro’ e quei voti canalizzati non per una scelta di governo, ma di principio di libertà, abbassarono il quourum del PSIUP di Lelio Basso (Partigiano insieme a mio padre) e di quel voto, con il senno di poi, mi pento ancora.
Poi altro voto per un principio di libertà: Enzo Tortora.
Col passare degli anni e con l’avanzare della maturità, anche se a scoppio ritardato, ho girato la boa della moderazione. Il punto di vista ‘relativo’ si era spostato su un buon stipendio, una buona posizione di lavoro.
Certo, un occhio alla socialità e un occhio alla famiglia. Così non guardavo più da nessuna parte.
Ma, anche se a scoppio ritardato, la maturità mi ha messo di fronte ad una realtà da sempre esistente.
Non ho mai interiorizzato una vera sensibilità politica. Allora ho cominciato ad ascoltare i politici: tutti.
E ho riflettuto: il potere non nasce dalla canna del fucile ma dal combinato composto dei voti infilati nelle urne.

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