A proposito di PD e questione generazionale.

mercoledì 10 ottobre 2012 alle 8:39:23

di Vito Francesco Gironda*.

Vito Francesco Gironda

Vito Francesco Gironda

Nel PD c’è un gran rumoreggiare e balbettare attorno alla questione generazionale. Rinnovamento del quadro anagrafico della dirigenza, ricambio di una classe politica che ha fatto il suo tempo, sono solo alcune tra le espressioni che negli ultimi mesi sembrano essere diventate le parole chiave del lessico politico nel Partito Democratico. Eppure, varrebbe la pena riflettere in tutta serenità sul concetto di generazione, evitando, però, di attardarsi eccessivamente sulla valenza di dispositivo politico che il concetto sta giocando in questa fase di posizionamento in vista delle primarie. Con dispositivo politico intendo foucaultianamente un registro discorsivo che permette di massimizzare e coordinare le molteplicità delle relazioni di forza tra differenti aree programmatiche e i potenziali elettori; e, in questo caso, aggiungo, anche con il minimo sforzo concettuale; anzi, con uno solo: la certificazione anagrafica. La carta d’identità sembra essere diventata il simbolo di un fantomatico conflitto generazionale e lo strumento di deligittimazione della generazione politica precedente.

Dicevamo del concetto di generazione. Il significato di generazione più battuto dagli esponenti del PD è quello di coorte (aggregato di individui); il legame sociale che unisce gli appartenenti ad una generazione sarebbe costituito, secondo costoro, da una presunta affinità di collocazione fondata sul dato biologico: l’essere nati e vissuti in uno stesso arco temporale. A questa accezione di generazione, che è anche un’approssimazione concettuale, sottostà una visione molto rudimentale dell’agire politico. È come se la politica venisse ridotta ad una semplice partita di calcio tra il seducente e seducevole “nuovo che avanzerebbe” e i “vecchietti” vuoti e stanchi. Situazione che si potrebbe parafrasare nel seguente modo: da una parte si trova quella generazione politica dei tardi anni sessanta e settanta, segnata da un impegno più emotivo che realmente concreto; generazione politica tesa a costruire una forza riformista e modernamente di sinistra, ma che nel complesso sembra oramai abdicare nei confronti degli impegni assunti. Dall’altra parte abbiamo invece un indefinito aggregato di under 40, la coorte di cui parlavamo, la quale si avvia a cavalcare la crescente sfiducia e scollamento tra istituzioni rappresentative e società. Arbitro del tutto è un’opinione pubblica nauseata dall’amoralità di una certa politica.

Tutto sembra allora lineare e predefinito, senonché il concetto di generazione rimanda ad una serie di questioni molto più complesse. La prima è quella relativa al legame di generazione, che è qualcosa di diverso rispetto alla collocazione di generazione. Quest’ultima risponde solo alla domanda: quando sei nato? Per contro, il legame generazionale, così com’è stato sottolineato a partire da Karl Mannheim, si basa su una complessa rete di relazioni: condivisioni di medesime esperienze, sentimenti, idee comuni e collegate, nonché il possesso di una memoria collettiva omogenea. È appunto questo sostrato culturale e valoriale che dà vita ad una unità generazionale. In più, la formazione di una generazione prettamente politica è legata ad un evento storico decisivo, il quale contribuisce a dare un senso di significato ad uno specifico gruppo di individui. Dopodiché, la costruzione di un’identità politica è dovuta alla rielaborazione sociale dell’evento stesso. L’unità generazionale ha poco a che fare con fattori fisici, come l’età.

Basterebbe riflettere un po’ su tali problemi concettuali per rendersi conto che ci sarebbero dei buoni motivi per eliminare definitivamente il termine di generazione dall’attuale lessico della politica. Forse, bisognerebbe sostituirlo con il concetto di identificazione, come spazio sociale nel quale si possono articolare diversificati interessi, norme culturali, aspettative, bisogni. Ma questo significherebbe riportare la politica in onore, significherebbe tornare a discutere seriamente su una visione politica di lungo respiro in relazione ai temi sociali, economici e valoriali quali lo Stato sociale, il mercato, le religioni, le politiche redistributive, diritti degli omosessuali e uguaglianza di genere etc. Tutti temi, questi, su cui l’odierno PD è molto scoperto.
Ora, se il PD avesse voglia di continuare a discutere di questione generazionale, sarebbe meglio lo facesse almeno su quello che è il grande dramma generazionale nostrano, ovvero la disuguaglianza sociale: l’impoverimento sociale di ampie fasce giovanili, che vivono in condizioni di privazioni economiche, a causa delle quali è difficile avere accesso e opportunità materiali, sociali e culturali. Per la coorte degli anni ottanta e novanta non esiste alcuna certezza rispetto a quel modello previsionale (studio, lavoro, famiglia, figli) del quale hanno beneficiato le generazioni precedenti. E se, come auspico, il PD volesse farlo, allora avrebbe bisogno di un nuovo traghettatore. Un consiglio: potrebbe trovarlo in un bravo “vecchietto”.

 

*Vito Francesco Gironda insegna storia della società moderna presso l’Università di Bielefeld (Germania) e appartiene alla coorte degli under 40.

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Comments
Vito 10 ottobre 2012

Sono completamente d’accordo con l’analisi sociale che hai fatto e sull’inutilità dello scontro generazionale, che non ha mai fatto parte della storia della sinistra ,della quale l’attuale PD è il più numeroso rappresentante.A me pare che questa querelle la stia portando avanti solamente Renzi,forse per mancanza di reali contenuti(di sinistra)del suo programma.Negli anni a cavallo del 70 non eravamo solo ideologici,anzi , il 68 ne è prova,basti pensare ai progressi ottenuti dalle donne,sia nel mondo sociale che in quello lavorativo,alle conquiste ottenute dai lavoratori e cito per tutte il vituperato Statuto dei Lavoratori.Ci vorrebbe più tempo per discussioni più complete…ciao prof

piero 10 ottobre 2012

Condivido in toto quanto da te scritto. Un abbraccio

Giovanni 12 ottobre 2012

Condivido interamente le tue opinioni.
Il tema delle nuove generazioni andrebbe affrontato con un profilo più alto come, del resto, gli altri temi di grande rilevanza che hai richiamato. Siamo in tempi di svolte epocali che, per esempio, ci costringono a riconsiderare il tema della mobilità e dei trasporti e parlare del ricambio generazionale affidandosi alle “rottamazioni”, forse, è ricorrere a un linguaggio troppo vecchio…..

Mariella Rosati 17 ottobre 2012

C’è una giostra che è semplicemente pazzesca. Si accusa Renzi di non avere un programma ed il programma ce l’ha eccome! Un programma pieno di buon senso fatto con il contributo di centinaia di persone che hanno partecipato alla Leopolda 1 e 2 . C’erano li, persone come Luigi Zingales che già 2 anni fa, fece un’analisi molto attuale sui peccati dell’Italia, il video versione integrale, é reperibile su youtube, ed io ritengo che non una parola nvada cancellata. Ma fa notizia solo la parola rottamazione senza che se ne valuti i contenuti. Renzi ha ricevuto delle intimidazioni potenti, ed ora colui che lo ha insultato ribalta la frittata a suo favore……..ma il mondo è cambiato.La gente sa guardare ai giri di frittata e valutare il vero dal falso.

Tiziana 18 ottobre 2012

Vito Gironda ha scritto un pezzo sulla questione generazionale, sul quale si può essere d’accordo o in disaccordo. Ma bisognerebbe perlomeno misurarsi con quello che scrive, anziché evocare inesistenti intimidazioni. A meno che non sia un atto intimidatorio quello di “riflettere in tutta serenità sul concetto di generazione”. E poi chi ha accusato Renzi di non avere un programma?
Forse la “giostra pazzesca” delle primarie ha giocato uno brutto scherzo a Mariella.

andreina de tomassi 23 ottobre 2012

Gentile professor Gironda, anch’io faccio parte di quella”generazione”, o meglio unità identitaria, che è cresciuta nel fuoco del Sessantotto, ha lavorato nella base del “mitico” PCI e ne è uscita alla morte di Berlinguer…si era spenta la forza propulsiva.. del sogno..Dopo l’84, è stato tutta una “lotta di posizione” a destra e sinistra, per arrivare al potere, ai poteri, senza più investire nell’immaginazione…Venendo alle primarie, vincerà chi più colpirà allo stomaco. Mi sono trovata a difendere D’Alema non per lui, ma per la nostra storia buttata alle ortiche. I contendenti dovrebbero confrontarsi sui programmi e non “segare il ramo”, che poi fa parte dell’albero dell’intera sinistra..anche se le potature servono eccome! Speriamo che un “bravo vecchietto” lo capisca!!

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