Monti a metà tra il populismo di Renzi e quello della Merkel.

lunedì 5 dicembre 2011 alle 9:09:58

di Vito Francesco Gironda*
 
Mario Monti, Presidente del Consiglio

Mario Monti, Presidente del Consiglio

Negli ultimi venti anni il populismo è stato oggetto di ampia discussione nell’ambito delle scienze sociali. Ormai disponiamo di una vasta produzione scientifica, tanto sul terreno della teoria generale quanto su quello della ricerca empirica. Il quadro che ne emerge presenta difficoltà di inserimento all’interno di una interpretazione univoca. Il populismo si configura come un concetto polisemico di difficile ascrizione ad un tipo specifico di programma e regime politico. Alcune figure discorsive sono assunte generalmente a modello esplicativo del pluriverso populista.
In primo luogo, l’idea di popolo o, meglio, la particolare declinazione dell’idea di popolo come comunità organica coesa, depositaria di virtù positive. In tale prospettiva, al popolo si appartiene in virtù di vincoli di solidarietà meccanica, propria di una società formata da un’uniformità di parti.  Volendo scomodare brevemente Durkheim, si tratta di una concezione della società nella quale «le idee e le tendenze comuni a tutti i membri della società oltrepassano in numero e in intensità le idee e le tendenze che appartengono personalmente a ciascuno di essi». A fronte di una concezione pluralista della società, basata sulla presenza di individui e attori sociali portatori di interessi e visioni del mondo diverse e potenzialmente conflittuali, il populismo coltiva una concezione strumentale ed identitaria di popolo che ne valorizza l’unicità e l’omogeneità. Da qui un altro elemento comune a molti «populismi», ovvero la semplificazione del conflitto politico in termini di contrapposizione tra popolo ed élite economiche, politiche ed intellettuali secondo lo schema: élite corrotte versus popolo lavoratore e produttore.
Questa semplificazione, oltre a delegittimare i partiti politici tradizionali e la classe politica in generale, mina la sostanza stessa delle istituzioni della democrazia rappresentativa, in nome della necessità di un rapporto diretto tra popolo e potere.
La ricerca di un rapporto non mediato tenderebbe a valorizzare tutte quelle forme di democrazia plebiscitaria che affidano ad un leader il compito di interpretare la volontà popolare.
Sicuramente questo tipo di analisi ha contribuito a cogliere le varietà di articolazione politica dei movimenti e partiti populisti nell’Europa di fine XX secolo. Ha permesso di analizzare alcuni elementi distintivi dell’onda lunga dei populismi xenofobi, antiliberali ed autoritari così come le mutuazioni dei linguaggi dell’antipolitica.
Nel caso italiano, poi, queste analisi hanno offerto le chiavi di lettura della mobilitazione antipolitica nei processi, ancora aperti, di transizione verso la Seconda Repubblica. Tutto questo vale con qualche riserva anche per il berlusconismo, che per certi versi sembra essere qualcosa di diverso rispetto al populismo democratico o alla democrazia populitistica.
In quest’ultimo caso, forse, il berlusconismo rappresenta la manifestazione di una patologia di lungo periodo del sistema democratico, che recentemente Michele Ciliberto ha sintetizzato con il concetto di «democrazia dispotica». Un virus, quello dell’antipolitica, che, come ricordava anni fa Alfio Mastropaolo, ha «contagiato» anche la sinistra del nostro paese.
Si esaurisce allora qui il dibattito sulla natura del populismo? Sicuramente no, esistono una serie di questioni che bisogna affrontare, senza incorrere nell’errore di interpretare il fenomeno solo in chiave negativa.
La prima questione riguarda la necessità di riflettere sulla crisi della rappresentanza parlamentare nelle moderne democrazie. In secondo luogo, bisognerebbe ragionare serenamente sul populismo come stile politico e di governo. Si tratta di prendere sul serio l’idea secondo la quale dove c’è democrazia vi è anche populismo, in quanto questo è intrinsecamente connesso ad una dimensione dell’azione e del discorso politico.
In questo senso, il populismo si configura come un particolare tipo di mobilitazione sociale e politica (Pierre-André Taguieff), che può anche assumere il carattere di domanda di democratizzazione del rapporto tra la società civile e le istituzioni.
Dietro la retorica contrapposizione alle politiche ufficiali si nasconde il recupero di un’idea di popolo «liberata» dal carattere olistico e riproposta quale unica depositaria di sovranità. Codesta costruzione intellettuale manifesta una certa sfiducia nei meccanismi di rappresentanza, ma non è necessariamente in contrapposizione con la democrazia.
Ciò che differenzia queste forme di stile politico populista dagli altri «populismi» è la ripoliticizzazione di una prospettiva individualistica. Una prospettiva che guarda allo Stato e alle sue istituzioni rappresentative non nell’ottica del bene comune, ma in quella dell’interesse dei singoli.
Il compito dello Stato consisterebbe nel salvaguardare gli interessi, le libertà ed il benessere degli individui. Come stile di governo il populismo riscopre – a fini funzionali e con un’opera di costante messa a punto e revisione – l’idea di partecipazione come processo di coinvolgimento e di raccordo al centro delle istanze provenienti dalla società civile.
Andiamo per ordine. Nelle moderne democrazie si è ormai annebbiata l’idea che l’autorità politica legittima sia costituita da una struttura di fiducia fondata. Sta venendo meno la fiducia sociale e istituzionale, quale collante per il funzionamento delle moderne democrazie. Lo iatus tra prestazioni delle istituzioni e aspettative dei governati sta diventando sempre più grande.
Il populismo diventa il sismografo di questa situazione perché, assurgendosi a paladino delle aspettative disilluse dei cittadini, rivela al contempo anche reali disfunzioni della democrazia rappresentativa.
Questo può portare sì alla nascita di un agglomerato movimentistico di protesta antisistema, ma può avere diverse connotazioni che non necessariamente esprimono un rifiuto tout-court della democrazia stessa. Anzi, spesso tali connotazioni assumono il carattere di richiesta di maggiore partecipazione e cittadinanza attiva.
La crisi delle moderne democrazie è anche una crisi degli attori politici perché non progettuali e non rappresentativi. In questo contesto allora perché meravigliarsi del populismo come stile di governo che, in nome del pragmatismo, tende costantemente a rincorrere l’opinione pubblica e che è sempre alla ricerca di cosa pensa il paese?
Tutte e due le manifestazioni possono essere lette sotto l’angolatura di correttivi alle disfunzioni dei regimi rappresentativi.
A voler ragionare per analogie e associazioni, si potrebbe provare a rispondere alla domanda: che cosa hanno in comune Angela Merkel, Matteo Renzi ed il governo Monti?
Una risposta ragionata potrebbe essere la seguente: al di là delle evidenti differenze politico-programmatiche, i primi due sono espressione di altrettante differenti grammatiche di populismo democratico, mentre il terzo condensa un’idea di democrazia neutralizzata, momentaneamente sottratta ai cittadini, che, se non dovesse perdere il carattere di transitorietà, rischierebbe di dare nuova linfa al populismo antisistemico.
La Merkel ha il buon o cattivo vizio di fare tanto sul terreno della politics (dimensione processuale) quanto su quello della policy (dimensione normativa e di contenuto) un uso alquanto eclettico del populismo come stile di governo. Basti pensare al clamoroso giravolta in termini di politica energetica, dettato esclusivamente da esigenze di natura elettorale e giustificato politicamente come necessario ripensamento sui rischi del nucleare a seguito della catastrofe di Fukushima.
Matteo Renzi, con i suoi slogan d’impatto, correlati da una buona dose di mediaticità, cerca di farsi interprete di quel comune sentito distacco tra società ed istituzioni, proponendo, però, sul terreno della policy un over promising (eccesso di promesse) basate su un’eccessiva semplificazione dei problemi e delle soluzioni dell’azione politica e di governo.
E il governo Monti? Qui la risposta non è tanto il carattere «populista» o meno delle scelte tecnocratiche. Sicuramente il paese attraversa una situazione di emergenza e a questa emergenza non si può rispondere con gli strumenti della politica convenzionale.
Bene, ma il problema di fondo è un altro. L’accettazione all’unisono del governo tecnocratico mette in quarantena il principio dell’autogoverno democratico e per questa ragione spoliticizza la condivisione di un «credo democratico» (political stratum).
La classe politica affida la gestione e programmazione della politica ad esperti, senza affrontare seriamente i motivi che stanno alla base della crisi della nostra democrazia rappresentativa. Anzi, paradossalmente, la classe politica nazionale si fa testimone del proprio fallimento in termini di fiducia sociale e istituzionale.
Ora, proprio la presenza di un governo senza «popolo», di una democrazia temporaneamente sottratta ai cittadini elettori, può tramutarsi in una causa di alimentazione di populismo antisistema. Su queste questioni bisognerebbe ragionare con un po’ di serenità analitica.

* Insegna storia delle moderne società presso l’Università di Bielefeld (Germania). Tra le recenti pubblicazioni si segnalano una storia comparata della politica della cittadinanza in Italia e in Germania, libro uscito in tedesco (V. F. Gironda, Die Politik der Staatsbürgerschaft. Italien und Deutschland im Vergleich 1800-1914, Vandenhoeck § Ruprecht, Göttingen 2010) e insieme a Michele Nani e Stefano Petrungaro, Imperi coloniali. Italia, Germania e la costruzione del “mondo coloniale”, Ancora del Mediterraneo, Napoli 2009. Attualmente sta lavorando alla pubblicazione di un nuovo libro sulle democrazie europee nel secondo dopoguerra (V. F. Gironda, In perenne transizione. Storia dei regimi democratici nell’Europa occidentale, 1945-2000).

Tags: ,
Categorie: Editoriali


Non c'è ancora nessun commento.

Lasciate un commento