La crisi greca arriva ad uno snodo cruciale: anche per noi.
mercoledì 22 giugno 2011 alle 20:04:57
di Paolo Ranfagni.
Bruxelles. L’Europa è sull’orlo del precipizio: il piano di rigore della Grecia è fallito, la governance politica dell’eurozona si è dimostrata inefficace, mentre i governi nazionali, ostaggi di un populismo che hanno imprudentemente coltivato, non sembrano disposti ad assumersi le proprie responsabilità.
Il niente di fatto con cui si è chiusa la riunione dei ministri delle finanze dei 17 paesi dell’eurozona, rinviando ogni decisione sulla crisi greca al mese di luglio, ha provocato la reazione esasperata del segretario del Tesoro USA Timothy Geithner. che ha denunciato la cacofonia dei leader europei, ai quali ha consigliato di “parlare con una sola voce”, anziché alimentare un’inquietudine crescente.
E’ questo il caso anche del rincorrersi con disinvoltura di ipotesi provocatorie e demagogiche, come l’esclusione dall’eurozona di alcuni paesi periferici o la separazione di un euro del nord da un euro del sud.
Ci prova allora il presidente della Commissione europea Manuel Barroso a sgombrare il campo dai troppi equivoci, chiarendo che non esiste un piano B per la Grecia: i nuovi aiuti (tra i 90 e i 120 miliardi) saranno approvati non appena il governo greco avrà licenziato il piano di austerità. La condizione è stata posta dai due paesi più esposti finanziariamente, la Germania (83,76 mld) e la Francia (81,73 mld), i cui leader hanno bisogno di rassicurare le rispettive opinioni pubbliche.
Ma oggi non è in gioco solo il futuro della Grecia e della moneta unica, bensì lo stesso progetto europeo. Se la crisi dell’euro è la crisi della politica europea, allora è arrivato il momento perché la politica ristabilisca il suo primato. A patto che l’odierna leadership sia all’altezza del compito. E qualche dubbio in proposito è più che lecito. “Solo la politica può risollevare l’economia” sostiene Timothy Garton Ash, ricordando che, per Kohl e Mitterrand, l’euro era un progetto politico e non economico”. Non la pensa così evidentemente Angela Merkel, che “ha sprecato più di un anno alla disperata ricerca di conciliare il minimo sforzo indispensabile a salvare la periferia dell’eurozona con il massimo sacrificio tollerabile dall’opinione pubblica tedesca”. Fino al punto che è toccato alla Banca centrale europea scendere in campo per bocciare l’ipotesi, tanto cara alla cancelliera, della ristrutturazione del debito greco, che avrebbe tranquillizzato le opinioni pubbliche ma non i mercati, visto che sarebbe stata letta come una dichiarazione implicita di bancarotta: così la Grecia avrebbe fatto la fine della Lehman Brothers e il contagio si sarebbe propagato a tutti i paesi dell’eurozona, nessuno escluso, fino a provocare la disintegrazione della moneta unica e probabilmente della stessa Europa. Certo Angela Merkel non poteva permettersi di passare alla storia come “la tedesca dell’est che ha affondato l’Unione europea”.
Così alla fine le ragioni della politica sembrano averla spuntata, per merito non tanto della Merkel, quanto del presidente della BCE, Jean-Claude Trichet. Ora il problema è quello di far coincidere i tempi della politica con quelli dei mercati, in modo da scongiurare qualsiasi tentazione speculativa che volesse cavalcare l’indecisione e il ritardo con cui l’Europa assumerà le misure necessarie.Il gioco passa nelle mani del nuovo governo Papandreu, che ha appena ottenuto la fiducia senza il voto dell’opposizione, sorda all’appello del presidente UE Herman Van Rompuy a mettere da parte “la politica partigiana delle divisioni” in nome dell’unità nazionale. Anche Mario Draghi, che ad ottobre darà il cambio a Trichet al vertice della BCE, ha provato a rivolgere un appello alla Grecia, ricordandole che lo stato delle finanze italiane nel 1992 era peggiore di quello odierno: la situazione era drammatica, eppure l’Italia ce la fece. Ma Antonio Samaras, leader di Nuova Democrazia, il partito di destra responsabile di aver cacciato la Grecia in questo cul-de-sac, non ha voluto sentire ragioni e ora potrà attendere fiducioso di incassare il gradimento a costo zero della protesta popolare contro l’austerità, l’euro e l’Europa. Da parte sua, con questo rimpasto, Papandreu ha schierato al governo tutti i vertici del Movimento socialista panellenico PASOK, con l’obiettivo di condividere con l’intero partito la dura responsabilità di imporre riforme dolorose al paese e (magari) a chi ha profittato di un sistema corrotto.
Ma cosa si può pretendere dalla Grecia, quando i premier europei che accorrono in suo aiuto, lo fanno senza alcun entusiasmo, solo perché trascinati dai mercati? E’ questo il paradosso odierno: in una fase di stallo della politica europea, i mercati potrebbero anche rilanciare il progetto europeo. Ma sarà solo restituendo la parola alla politica, che la trappola greca potrà davvero trasformarsi in una grande opportunità per compiere un nuovo passo avanti sulla strada dell’integrazione. A patto di avere una leadership europea in grado di guidarla.
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