Unione Europea, ripartire dal Mediterraneo.
lunedì 7 marzo 2011 alle 8:38:03
di Paolo Ranfagni
Bruxelles. Ha un senso la proposta provocatoria di Bill Emmott di aprire le porte dell’UE a tutti quei paesi del Mediterraneo che si dimostreranno capaci di costruire sistemi democratici, riproponendo il caso già sperimentato con i paesi ex comunisti? Forse sì, se l’obiettivo dell’ex direttore dell’Economist era quello di stanare le istituzioni europee, non sufficientemente reattive di fronte ad un’emergenza che potrebbe trasformarsi in una grande opportunità per l’Europa. Ha poi corretto il tiro Romano Prodi: basterebbe attribuire al Mediterraneo il rango di politica comune europea, anziché confinarlo tra i casi regionali, prefigurando l’accesso dei paesi virtuosi della costa sud a tutti i benefici dell’Europa, con l’ovvia esclusione della condivisione delle istituzioni.
Nella sostanza, il messaggio di Emmott e di Prodi è lo stesso: il Mediterraneo non è una questione periferica, alla quale devolvere qualche aiuto umanitario; è in gioco la stabilità di tutti, proprio come nell’89. Per questo va aiutato il processo di transizione alla democrazia.
Per farlo però l’Europa dovrà guarire dal suo strabismo, che la porta a guardare sempre e solo ai suoi confini ad est, come è stato evidenziato dal fallimento del processo di Barcellona. Quello strabismo si è addirittura aggravato con l’ingresso “a gamba tesa” di 10 paesi dell’est.
Non è un caso se oggi Javier Solana, ex responsabile degli esteri UE, invita l’Europa a ripartire dal Mediterraneo, divenuto ormai una realtà negli assetti globali: “Saremmo matti se non cercassimo di approfondire i legami politici ed economici con quei paesi”.
Nella Commissione europea qualcuno comincia anche a recitare il mea culpa. E’ il caso del commissario all’allargamento, il ceco Stefan Fule, che chiama tutti gli stati UE a fare prova di umiltà rispetto al passato: “Troppi di noi hanno creduto che i regimi autoritari fossero una garanzia di stabilità nella regione. L’Europa, oggi più che mai, deve restare fedele ai suoi valori e schierarsi a fianco della democrazia e della giustizia sociale”. Ma era stato lo stesso Fule, qualche mese prima, a sbarrare la porta alla Turchia, per l’irrisolto caso di Cipro: sì all’allargamento, aveva detto, ma solo per i Balcani e l’Islanda.
Eppure sarebbe un grave errore, sempre secondo Solana, “dare ad Ankara l’impressione che sia fuori dalle nostre priorità”. E sarebbe miope illudersi di affrontare il problema del mondo arabo del Mediterraneo, lasciando invecchiare nel cassetto l’ingombrante dossier della Turchia musulmana.
Pochi giorni fa, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan lo ha ricordato ad Angela Merkel: “Quello che si attende la popolazione turca, è che la Germania giochi un ruolo decisivo nei negoziati per l’adesione della Turchia alla UE, come già fece con il precedente governo Cdu”.
Come si vede, non sarà facile per l’Europa riacquistare nel Mediterraneo la credibilità perduta. Dopo la sciagurata apertura di credito ai regimi dittatoriali al potere, non potrà più bastare la politica degli aiuti umanitari. Servirà una risposta seria e coerente alla domanda di integrazione, superando le resistenze di tutti gli stati membri: di quelli del nord, che vivono il Mediterraneo come un problema distante, di difesa dei diritti umani; di quelli dell’est, che paventano il dirottamento delle risorse verso il sud; di quelli del sud, preoccupati che una destabilizzazione della regione possa scaricare masse di immigrati sulle loro coste.
L’Europa, con la lentezza delle sue reazioni, ha già perso il treno delle rivolte di Tunisi e del Cairo, mancando di cogliere le occasioni che si presentavano. Oggi, di fronte al dramma della Libia, deve ricostruire la sua immagine e convincere i popoli del Mediterraneo che sa guardare oltre le paure delle ondate migratorie, dell’islamismo radicale e dell’approvvigionamento energetico. Queste paure potranno essere sconfitte solo accettando di giocare nel Mediterraneo il ruolo che le compete e assumendosene fino in fondo tutte le responsabilità.
E’ questo salto di qualità nelle relazioni con i paesi mediterranei che ci si attende dal prossimo vertice UE dell’11marzo. In quell’occasione, i 27 cercheranno di definire le modalità dell’aiuto dell’Europa alla trasformazione democratica di quei paesi. Lo strumento dovrebbe essere quello più gradito alla Merkel: una nuova politica di vicinato per tutto il sud, dalla quale far scaturire aiuti cuciti su misura per i paesi del Meditteraneo. Magari senza toccare le risorse già destinate all’est, seguendo la raccomandazione della presidenza di turno ungherese. Si prevede anche un contentino per Sarkozy, con il rilancio dell’Unione per il Mediterraneo, varata nel 2008 dalla presidenza francese e restata lettera morta. Ancora una volta toccherà così a Germania e Francia il compito di portarsi dietro gli altri 25 paesi, più o meno recalcitranti.

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