Tessile: davvero il Pakistan fa paura?

mercoledì 13 ottobre 2010 alle 19:33:15

di Enno Ghiandelli

Un'industria tessile a PratoLa corrispondenza di Paolo Ranfagni da Bruxelles dal titolo Fra solidarietà e concorrenza, mi ha lasciato insoddisfatto e – per così dire – appeso a un interrogativo: com’è possibile che l’Italia, uno dei paesi più industrializzati del mondo, soffra la concorrenza di un paese come il Pakistan e che per sopravvivere, nel settore tessile, abbia bisogno di protezione doganale? In altre parole: possibile che l’unica speranza di salvezza sia nel protezionismo?
Tento una prima risposta: forse è mancato da noi un a capacità di innovare sia in termini di qualità che di prodotto. E fondo questa mia affermazione sul dato della crescita del Pil che è stata molto modesta negli ultimi dieci anni addirittura negativa nel 2008 e 2009 con performances sempre peggiori rispetto alla media dell’area euro.

L’andamento della produttività è stato negli ultimi vent’anni quasi sempre più basso della media. Questo sta a significare che il Paese perde competitività. Un dato notorio al quale viene opposto come rimedio possibile una maggiore flessibilità del lavoro e una più accentuata moderazione salariale. Eppure i salari italiani sono fra i più bassi d’Europa, lo afferma l’Ocse e lo riporta Il Sole 24 Ore e nessuno dei due è tacciabile di simpatie sovversive.

Pare quindi irrealistico mettere i salari sul banco degli imputati. Bisognerà cercare il colpevole fra gli altri fattori che servono a determinare la produttività di una nazione, il cui incremento è la vera fonte di ricchezza di un paese. Come ogni manuale di economia politica riporta, oltre al costo del lavoro, sono il capitale investito, l’innovazione tecnologica, la conseguente qualità della mano d’opera e l’organizzazione i fattori che determinano la crescita o meno della produttività.

Tradotto in altri termini vuol dire che la ricchezza di una nazione dipende dal livello della divisione del lavoro. Il nostro posizionamento sulla curva della divisione del lavoro non ha consentito il mantenimento dello sviluppo economico che l’Italia ha conosciuto nel corso del XX secolo soprattutto a causa dello scarso investimento in innovazione in quei settori dove il nostro sistema produttivo aveva conquistato posizioni importanti, se non di rilievo assoluto in campo internazionale.

Il settore auto, con la Fiat, ne è l’esempio eclatante. Infatti fra le industrie automobilistiche europee, è quella che investe in ricerca e sviluppo appena la metà di quanto fanno le sue concorrenti francesi e tedesche. Ciò vuol dire che la competitività dell’impresa, si giuoca sul basso salario e sulla compressione dei diritti dai lavoratori.

Ciascuno di noi si aspetterebbe che tale situazione di crisi venisse pagata in maniera equa da tutte le classi sociali. In realtà non è così: utilizziamo ancora la diagnosi di quei “sovversivi” dell’Ocse. “In Italia disuguaglianza e povertà sono cresciute rapidamente durante i primi anni novanta. Da livelli simili alla media Ocse si é passati a livelli vicini a quelli degli altri paesi dell’Europa del Sud. Da allora la disuguaglianza é rimasta ad un livello comparativamente elevato.

Tra i 30 paesi Ocse oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri. Se a questi dati aggiungiamo il fatto che lo stato della disoccupazione è molto diverso da come viene presentato si ha un quadro assai fosco della salute della nostra economia.

Il massiccio ricorso alla cassa integrazione ha attenuato l’impatto sociale della crisi, nonostante ciò nell’ultimo anno si è avuta una crescita della disoccupazione (+1,2%) e tutto lascia pensare che ad una eventuale ripresa economica difficilmente si avrà una ripresa dell’occupazione. Risultato: oggi abbiamo una percentuale di occupati inferiore a quella di Turchia, Ungheria e Messico, la più bassa dei paesi Ocse. Senza la cassa integrazione, secondo le stime Ocse, il tasso di occupazione sarebbe più basso del 4%.

Tutto questo avviene mentre il Governo Italiano, nonostante le sparate contro il “mercatismo” del ministro Tremonti, e le performances del Presidente del Consiglio rimane immobile e in evidente crisi. Quanto spazio per una politica in grado di rappresentare i veri interessi nazionali!

Bisogna avere il coraggio di abbandonare una visione dell’economia ossessivamente legata agli schemi del Washington consensus e di intraprendere la stessa strada di chi ritiene che il lavoro sia il primo dei problemi, non solo per un aspetto sociale che pure è importantissimo, ma perché l’aumento dell’occupazione servirebbe a far ripartire la domanda come sostiene anche il capo degli economisti del Presidente degli Stati Uniti, Lawrence Summers.

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Comments
paolo ranfagni 14 ottobre 2010

Sono d’accordo con tutte le osservazioni di Enno Ghiandelli, sulle quali auspico si apra un dibattito approfondito per capire se siamo ormai fuori tempo massimo per restare nel consesso dei paesi veramente sviluppati o se invece dovremo rassegnarci alla concorrenza con il Pakistan: una concorrenza che esiste eccome e riguarda non solo il costo del lavoro, ma soprattutto i diritti dei lavoratori e il dumping ambientale. Di qui i dazi UE alle importazioni dei prodotti del tessile e dell’abbigliamento. Il mio intervento riguardava, molto più modestamente, un caso specifico, quello di un’iniziativa europea di “solidarietà” verso il Pakistan, i cui costi ricadono su un solo settore (il tessile) e su appena quattro paesi (uno dei quali è l’Italia). Euratex stima in 40mila i posti di lavoro a rischio per l’Italia, a seguito di questa operazione. Anche se fossero la metà, questo credo sarebbe un problema in più per la ripresa, almeno in una regione come la Toscana.

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