di Ennio Ghiandelli.
L’interessante articolo di Vito Francesco Gironda (Monti a metà tra il populismo di Renzi e quello della Merkel) mi ha fatto riflettere tra quanto affermato nell’articolo ed il suo interconnettersi con il momento che sta attraversando l’Italia.
Viviamo in una democrazia rappresentativa, una democrazia, parafrasando Benjamin Constant, moderna, che per essere “forte” e funzionale e non “dispotica” (vedi il bel libro di Michele Ciliberto: La democrazia dispotica) deve essere in grado di produrre e mantenere al suo interno un tessuto connettivo capace di creare un rapporto biunivoco fra rappresentanti e rappresentati.
La democrazia italiana, basata sulla Costituzione del 1948, ha dato ottima prova di sé fino a quando il sistema dei partiti è riuscito a far si che il rapporto dialettico fra eletti ed elettori fosse continuo.
Successivamente al 1968 i parametri della società (diritti civili e rapporti economici) hanno cominciato a modificarsi, ma i partiti, rimasti ancorati ai vecchi schemi, non sono stati più in grado di interpretarli, incominciando a chiudersi in sé stessi e diventando autoreferenziali.









